Reportage. Quando ti abbattono la casa
È un po’ come la storia dell’albero che cade e nessuno lo sente: fa rumore, si chiede qualcuno? Che succede quando abbattono una casa, invece di un quartiere come Portoria negli anni Settanta? Allora, tra le tante reazioni ci fu quella di Piccun dagghe cianin, ormai un classico della canzone genovese (in quelle stanze “i compiti gh’ho faeto de latin / e gh’ho mangiòu trenette e menestroin“: potevano mancare le trenette?). Oggi, invece, di un centenario edificio dell’angiporto restano le foto che un lettore ci ha mandato insieme con il testo che segue.
Era una ex centrale elettrica e nei suoi uffici al primo piano, trasformati in appartamento di servizio, la mia famiglia ha abitato per un paio di decenni. Quando arrivammo, le ante che chiudevano il serbatoio dell’acqua erano ancora decorate dai dipinti del signor Bertozzi, l’inquilino che ci aveva preceduto. Ora è altro pezzetto di città che cambia, un angolo conosciuto ormai solo da qualche decina di persone, quelle che frequentano il dopolavoro del Consorzio che lo occupava. Uno scampolo di primo Novecento rimasto indietro, qualche metro sotto il livello stradale di oggi, ritagliato prima dallo sbancamento della collina di Promontorio negli anni Trenta e poi dalla nuova viabilità di San Benigno. Una struttura di cemento armato d’una certa severa bellezza (il frontone sagomato, le finestre ad arco) sostituita per forza di cose con un edificio nuovo e bianco e tutto spigoli da qualcuno che sembra aver avuto sul tavolo una monografia di architetto pubblicata da Taschen.
Certo, ha fatto impressione, vederla demolire. Speriamo che abbiano fatto attenzione, perchè il tetto della sala macchine era di Eternit, le lastre ondulate di cemento-amianto da cui l’Organizzazione mondiale della sanità ci mette in guardia da almeno vent’anni. L’angiporto degli anni Settanta non era esattamente una zona tranquilla, e in più di fronte c’è la caserma dei pompieri, e chi veniva in visita faceva un salto sulla sedia ogni volta che atterrava l’elicottero, e d’estate i giocatori di bocce facevano casino fino a tardi. Quando le ruspe abbattono una casa, specie quando è stata la tua, fa una certa impressione. Ci abbiamo abitato per vent’anni. Era stata una centrale elettrica eppure, come accade sempre quando si torna nei luoghi dell’infanzia, a rivederla sembrava quasi piccola.







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