Luiso Sturla, un dono e una mostra
Oggi, alle ore 17,30 al Museo di Villa Croce, si terrà un incontro con Luiso Sturla, presentato da Simona Vigo e Sandra Solimano. L’occasione è data dal dono al museo da parte dell’artista di due opere, Strutture su fondo blu (1954) e Presenze nell’ombra (2007). Abbiamo chiesto ad Elisabetta Longari, che cura la mostra Luiso Sturla Rêverie alla Galleria Cristina Busi di Chiavari, aperta sino al 25 novembre 2007, un estratto del testo pubblicato per l’occasione.

Per la pittura attuale di Luiso Sturla sembra non esserci termine più appropriato del francese rêverie, che indica qualcosa di simile e contiguo al sogno (rêve) ma da esso diverso, non completamente sovrapponibile e coincidente. Rêverie marca una sospensione della coscienza, una discontinuità rispetto allo stato di lucidità; designa piuttosto un regime ibrido tra veglia e sonno, uno stato psichico vagamente ipnotico, in cui si manifestano numerosi sorprendenti fenomeni, correntemente definiti come “sogni ad occhi aperti”.
Rêverie nomina dunque una materia particolarmente sfuggente, una condizione ambigua in cui si è spettatori e autori nello stesso tempo: Luiso a sua volta, prima di fissare queste apparizioni, le ha “trovate”. La Rêverie, cara a Bachelard, è descrivibile anche come una particolare attitudine al volo, resa possibile a partire da un indebolimento della sentinella della coscienza che consente alla psiche di procedere per libere associazioni. L’ego è dimentico di sé, e assiste al farsi delle immagini.

Sembra che sulle tele di Sturla si depositi il precipitato di questi voli: come su una carta moschicida, vi restano intrappolati i souvenirs portati indietro da siderali distanze. I quadri trattengono quel qualcosa che rimane una volta di ritorno alla realtà da ognuno di questi voyages autour de la chambre.
I colori favoriscono la sensazione che le forme in essi enucleate non siano altro che impalpabili simulacri dalla materia eterea e al tempo stesso dall’incomprensibile concretezza della rosa della poesia di Coleridge, che ha incantato molti lettori a cominciare da Borges. Le cose non esistono quasi più, allontanate e smaterializzate come frammenti fluttuanti di corpuscoli annegati nell’ambra. Resta un grumo, il pensiero emotivo di un’immagine. Ma di quale pensiero si tratta? Non del pensiero dell’autore e neppure di quello dell’osservatore, piuttosto un flusso, una corrente che passa tra il primo e il secondo, favorita e condensata dall’immagine.



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