Scorci di Settecento, per strada e a teatro

Chi passa davanti a una filiale della Banca Carige può entrare a vedere se riesce a trovare ancora una copia dell’ultimo numero della sua rivista istituzionale, La Casana, da quarantanove anni omaggio della ditta. Al suo interno, insieme con un bel ritratto dell’architetto Gino Coppedè – autore, tra l’altro, del Castello Mackenzie – si trova un articolo di Vezio Melegari dedicato alla sosta “lietamente fatale” di un ventinovenne Carlo Goldoni nella Genova del Settecento e che riporta brani delle sue Memorie.
Il direttore e io avevamo alloggio in una casa attigua al teatro. Avevo visto alle finestre dirimpetto alle mie una giovane che mi pareva bellina e avevo voglia di conoscerla. Un giorno che era sola la salutai teneramente; lei mi fece una riverenza e scomparve subito, né più si lasciò vedere. Eccomi punto dalla curiosità e nell’amor proprio cerco di sapere chi sta nella casa dirimpetto al mio alloggio: è il signor Conio, notaio del collegio di Genova, uno dei quattro deputati al Banco di San Giorgio.
Un paio di mesi dopo viene celebrato il matrimonio e chi ha voglia di andare a cercare il luogo dell’incontro può trovarlo dalle parti di via Balbi. Il teatro di cui parla Goldoni, quello in cui recitava la sua compagnia, è il Teatro del Falcone, andato distrutto durante l’ultima guerra e da poco ristrutturato come spazio espositivo. Si trova in uno dei cortili di Palazzo Reale e, in fondo al caruggio tra questo e uno dei palazzi dell’università, una lapide su un muro ricorda quel lontano incontro citato nelle Memorie del commediografo.
Fino a domenica si può continuare con questo momento settecentesco-goldoniano con Il teatro comico, in scena al Teatro della Corte, un moderno esempio di “teatro nel teatro”, la prima delle sedici nuove commedie promesse all’impresario Gerolamo Medebach per il 1750, la “commedia-manifesto” della sua riforma teatrale. Lo spettacolo è messo in scena dalla compagnia del Teatro Stabile di Bolzano e nel presentarlo alla Biennale di Venezia, il regista Marco Bernardi scriveva:
Se avessi la bacchetta magica porterei con me lo spettatore su una nave che viaggi nel tempo fino alla sera del 5 ottobre 1750, al Teatro S. Angelo, nell’attimo in cui si apre il sipario su “Il Teatro comico”. Pensate quale doveva essere la tensione degli attori alle prese con uno spettacolo in cui interpretavano se stessi e l’essenza stessa del proprio destino artistico e professionale! Non avendo la bacchetta magica ho cercato di ricostruire quel clima di attesa, quel fervore che si crea in una compagnia quando c’è la sensazione di fare qualcosa di nuovo, di veramente importante, che cambierà le loro vite.

Nelle immagini: un dettaglio di una stampa settecentesca, collezione Carige, e gli attori della compagnia del Teatro Stabile di Bolzano.

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