Reazioni alla sentenza Diaz: la lettera di Vincenzo Canterini

Diffusa da Vincenzo Canterini, il comandante del Reparto Mobile, della Celere di Roma, condannato a quattro anni di carcere (tre cancellati dall’indulto) e, come scrive Giuseppe D’Avanzo su Repubblica, “il capo delle tre squadre del VII nucleo antisommossa che, per prime, invasero la Diaz e, armate dei micidiali manganelli ‘tonfa’ usati al contrario, bastonarono decine di ragazze e ragazzi, ferendone 82 e riducendone tre in fin vita”:
[...] Dopo 18 ore di servizio siamo stati chiamati di nuovo all´opera e ci è stato ordinato di entrare in piena notte, in un edificio che non conoscevamo, dicendoci che probabilmente vi avremmo trovato occupanti pericolosi ed armati.
Io e voi sappiamo benissimo cosa è successo, ci siamo guardati più volte negli occhi; e guardandoci abbiamo capito quanto fosse alta la nostra professionalità e quanto il cameratismo e la dignità di ognuno di noi si riflettesse nello sguardo di tutti gli altri.
Abbiamo perso una battaglia; ma quante volte ci siamo sentiti umiliati e forse traditi, quante volte chi ci aggrediva pensava di averci sopraffatto e poi si accorgeva che invece eravamo vivi e fieri di esser noi; quante volte abbiamo guardato in faccia i nostri antagonisti e quante volte abbiamo fatto in modo, anche se feriti nel corpo e nell´animo di dimostrare loro che i perdenti non eravamo noi, ma loro, che pensavano con la violenza ed il sopruso di poterci definitivamente sovrastare.
[ leggi la lettera per intero sul Secolo XIX ]
“La verità” commenta D’avanzo, tra gli altri, “è che nella Diaz non c’è stata nessuna colluttazione, non fu trovato nessun passamontagna, nessun bastone, nessuna catena, nessun maglio spaccapietre (come accreditò una sua relazione di servizio). La verità è che nessuno dei picchiatori di Canterini fu ferito (anche questo giurò) e i referti medici furono tutti manipolati.” “Una domanda, però”, conclude, “pretende una risposta subito. Canterini e i suoi “ragazzi” possono ancora restare nei ranghi della polizia?
Come fa notare un commento alla pagina del Secolo che la riporta:
Questa non è la lettera di un poliziotto, ovvero di un funzionario che ha il compito di difendere la legalità, che vede nel cittadino una persona da tutelare, che mantiene il giusto distacco e si pone al di sopra delle parti. Questa è la lettera di un combattente che si è scelto un nemico e lo deve annientare.
Foto da mentelocale.it


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