Quotidiani e Facebook, Il Secolo XIX al quinto posto in Italia

Il Sole 24 Ore ha compilato la classifica italiana (in cui figura al primo posto) dei giornali presenti su Facebook, partendo dalla classifica mondiale
di Innova et Bella, società di consulenza strategica, secondo cui «le testate economiche appaiono essere le più veloci e decise a comprendere le strategie di relazione offerte dal social network».
Il Secolo XIX, con la sua pagina e i suoi 5.832 fan (5.812 al momento dell’esame) si è classificato al quinto posto nel nostro Paese. Ecco una spiegazione del rating che il quotidiano si è meritato:
- B Relation Quality: il quotidiano ha cominciato ad attivare le pratiche di relazione (sulla official page sono identificabili 1-3 best practices).
- A Relation Care: il quotidiano gestisce e aggiorna continuativamente le proprie pratiche di relazione (nell’ultimo bimestre gli aggiornamenti significativi hanno frequenza inferiore a 10 giorni).
- C Relation Power: il quotidiano gestisce relazioni con meno di 10 mila fan.
Appena risciremo a capire di quali “best practices” si tratta aggiorneremo il post. (continua…)
Sorpresa all’alba: il Secolo gratis sullo zerbino, la campagna abbonamenti

Ringraziamo del dono il responsabile del servizio, Giampaolo Grozio (D.M.P. Servizi Pubblicitari s.r.l.) che firma la lettera d’accompagnamento alla copia del Secolo fresca di stampa che abbiamo trovato all’alba davanti alla porta. Una domanda: come avrà fatto a entrare nel palazzo il tizio che l’ha consegnata nella notte? C’è un inquilino che si sacrifica e gli apre la porta prima del sorgere del sole? O gli incaricati della D.P.M. girano con in tasca le chiavi dei nostri portoni? (continua…)
Meno 2 giorni a un Decimonono “più bello, più utile e più ricco”
Nel video, la cura “Garcia Media” per il brasiliano Diário do Pará, in atto in questi giorni anche in piazza Piccapietra: “Con 124 anni di buon giornalismo alle spalle, il Decimonono rafforza il suo ruolo di giornale leader in Liguria, radicato al territorio, libero e indipendente dal Palazzo”. (continua…)
¡Viva García! Il Secolo XIX rinnova la grafica (ed entra nel XXI)
La notizia è di ieri e viene da PrimaComunicazione (che nomi e cognomi):
Ai primi di febbraio il ‘Secolo XIX’ cambia formato (simile a quello del ‘Corriere della Sera’) e grafica (curata da Mario Garcia). Il quotidiano diretto da Umberto La Rocca ha anche approvato una serie di nuovi incarichi in vigore dal 20 gennaio.
Attendendo le conferme ufficiali, con buona probabilità abbiamo individuato il García giusto:
Mario has devoted more than 30 years to redesigning publications, and has personally collaborated with over 450 news organizations. From such large projects as The Wall Street Journal, The Philadelphia Inquirer, Handelsblatt and Die Zeit, to medium-size newspapers, such as The Charlotte Observer, or smaller ones in the heartland of America, such as the Lawrence (Kansas) Journal-World; all projects command the attention and special personalized service that is part of the Mario trademark.
Quando la stampa “ruba” le foto dal web (Il Secolo XIX)
16 aprile 2009, il giornale su carta

5 novembre 2008, il post

Palazzo Ducale e rifiuti elettronici: che fare dei computer obsoleti?
7 marzo 2008, la foto su Flickr

Technology’s Refuse di annnna. da Flickr, Creative Commons
Puntate precedenti
Quando la stampa “ruba” foto dal web (di nuovo la Repubblica)
Vita digitale: quando la stampa “ruba” foto dal web (la Repubblica)
Entomologia erotica, la mappa delle lucciole del Secolo XIX

…o, meglio, dei divieti. “Sesso a pagamento vietato a piano terra”: tutti i dettagli dell’ordinanza del Sindaco contro la prostituzione nel centro storico nell’articolo di Daniele Grillo sull’edizione (cartacea) del Decimonono di oggi.
Tempo fino al 7 novembre per visionare gli atti e provare a fare ricorso. Poi scatteranno denunce e sequestri per chi contravviene al divieto di “allestire o mantenere locali al piano strada attrezzati come camere da letto, soggiorni, sale da pranzo, cucine e simili entro l’ambito delimitato dalle strade indicate” ed elencate nell’articolo. Molte ragazze si sono già sistemate ai piani superiori, però, fa notare Aldo Siri, presidente del Municipio Centro Est.
Simone Schiaffino si spinge a controllare la Riviera di levante nell’articolo (online) di due giorni fa e parla con una diretta interessata:
«Una strada… Vogliamo solo una strada dove poter fare il nostro lavoro. Siamo sempre esistite, punirci è un’ipocrisia. Se siamo qui, ed eravamo decine e decine prima della nuova legge, è perché in moltissimi si rivolgono a noi». Manuela è, si direbbe, una lucciola “di lungo corso”: non è più una ragazza, ma è ancora nel pieno dell’antica attività. Prima dell’estate “batteva” a Chiavari tra via San Francesco e viale Marconi. Ora ha passato il ponte, e lavora a Lavagna.
(Il supplemento dell’edizione di oggi, a € 9.90, è – ironicamente – L’avvocato nel cassetto: un suggerimento editoriale?)
Le cronache del telefonino: AMT annota (a mano) le targhe?
Portare i cinque chilometri di corsie gialle di Genova a quota 13, come già deliberato dal Comune nel 2006: così – secondo i sindacati confederali del settore Trasporto e la Faisa – nel capoluogo ligure si migliorerebbe la qualità del servizio e si recupererebbero 6 milioni di risorse
scriveva il Secolo a luglio, e dal video di giappolo57 sembrerebbero cominciati i rilevamenti (artigianali?) delle targhe di chi trasgredisce e non rispetta i divieti.
Vita digitale, il Secolo XIX fa autocritica (sul web)

Succede. Non quando la stampa “ruba” le foto da Flickr (come Repubblica) ma quando, facendolo, “ruba” clamorosamente quella sbagliata (come il Corriere):
abbiamo inserito erroneamente a corredo dell’articolo una foto pixelata tratta da un blog in Internet. La persona ritratta non ha niente a che vedere con l’articolo in questione. Ce ne scusiamo con lei e con tutti i lettori del blog. Per evitare qualsiasi possibile futura confusione, abbiamo provveduto a cancellare anche dal nostro database il pezzo in oggetto
Anche il Secolo fa autocritica (WebCitation), dicevamo, in questo caso per aver pubblicato le foto di una persona accusata di reati con minorenni. Parte della “vita digitale” e quotidiana dei suoi lettori dal mugugno facile (ovvio) è infatti il commento agli articoli pubblicati sul web: a portata di clic, è semplice e ha reso visibile quel pensiero che si affaccia alla mente di molti quando si legge il giornale.
Perché certi finiscono in cronaca, una volta presi con le mani nel sacco, solo con le iniziali di nome e cognome, altri ancora addirittura con l’indirizzo (cosa che fanno spesso i cronisti “all’antica”, alcuni dei quali in pensione ma ancora attivissimi), e qualcuno addirittura con la foto?
Qual è il criterio che porta alla scelta? I lettori (online) se lo chiedono (sempre online) e il Secolo rimuove la foto dal sito. Con la pagina di carta, invece, probabilmente la nostra lattaia ci sta incartando le uova.
Gheddafi, l’Italia e l’autostrada: arriva sul web il reportage di Paolo Crecchi

Davanti al pontile del Green Stream ci sono soldati in armi, divisa blu e stemma verde sul berretto.
La via Balbia li evita, scarta all’interno e poi si stende sul litorale che corre verso Tripoli, la capitale, accarezzando spiagge di sogno. Il turismo sarà il futuro grande business della Libia post-embargo, nuovamente rispettata dal consesso internazionale e addirittura accolta nel consiglio di sicurezza dell’Onu: mare, dune, oasi, tesori archeologici. L’Italia non può e non vuole lasciarsi scappare l’occasione. «Sabratah Scavi, dopo Leptis Magna è la zona archeologica più importante della Tripolitania… Per la via del muro bizantino si raggiunge il quartiere della città costruito fra il teatro e il mare. Quivi si trovano due interessanti basiliche cristiane, circondate da vasti ambienti e da un cimitero, e il grandioso Teatro Romano fondato alla fine del secolo II».
Un interessante esperimento di “apertura” del più diffuso quotidiano ligure: sono infatti disponibili in Rete non solo gli articoli di Paolo Crecchi, ma (da ieri) anche il video che l’inviato del Secolo XIX ha girato durante il suo reportage in Libia, a quasi cento anni dall’invasione italiana del Paese. Colore locale ed economia, ministri e pescatori di spugne, molti ritratti e un’analisi dell’autostrada che il Colonnello vuole da noi per far pace, e in modo definitivo, col nostro Paese (e con i suoi turisti futuri).
Puntate
- “L’autostrada del deserto“ (20 febbraio, formato .html)
- “La Libia non perdona“ (20 febbraio, ma forse del 19, formato .pdf)
- “Islam dal volto umano” (21 febbraio, formato .pdf)
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Imperia, il mistero del quadro da 77 milioni di dollari


Forse non lo sapevate, magari vi è sfuggita la notizia, ma a Imperia (Villa Faravelli, fino al 2 dicembre) c’è un quadro, quello nella foto, che “sta mandando in tilt l’intero mercato dell’arte mondiale. Oggi infatti Tino Guarise – sono le parole della giornalista della redazione di Imperia di Primocanale – è il secondo artista più quotato al mondo dopo lo scultore inglese Damien Hirst.” Accidenti, abbiamo detto noi. Parole forti, direte voi. Se non ci credete, e nessuno vi può biasimare, potete guardarvi il video (ancora online, chissà per quanto, nel momento in cui scriviamo). Il quadro è stato ospitato dietro invito del sindaco di Imperia, Luigi Sappa, e ancora per due giorni potete andarvelo a vedere a Villa Faravelli. Ma attenzione ai movimenti bruschi: il figlio dell’artista ha chiesto che intorno all’edificio “siano messi in opera dei sistemi di protezione e vigilanza in grado di assicurare e preservare qualsiasi tentativo di furto o aggressione dell’opera.”
L’opera For the Love of God di Hirst, l’artista cui accenna la giornalista, ha fatto notizia qualche mese fa: un calco in platino di un teschio umano con più di ottomila diamanti incastonati, è stata messa in vendita per 50 milioni di sterline (100 milioni di dollari; solo la sua realizzazione è costata 14 milioni). Ma neppure Hirst, che è apprezzato dai primi anni Novanta e ha le proprie opere esposte nei maggiori musei d’arte contemporanea (in quelli che se lo possono permettere) è riuscito a compiere l’operazione senza suscitare polemiche e, soprattutto, richieste di verifiche. L’artista afferma di averlo venduto in contanti, al prezzo che chiedeva e, in questo caso, il fisco inglese si aspetta da lui qualcosa come 8.5 milioni di sterline.
Se qualcuno ha provato a chiedere conferme a Hirst, questo però non sembra essere successo nel caso di Guarise. Il Secolo XIX nelle pagine di Imperia scrive:
Dopo un lungo e fortunato tour americano che li ha visti essere ospiti d’eccezione del Moma di New York, prima, e del Moca di Los Angeles, successivamente, tornano nel capoluogo rivierasco The Power (Il Potere) e The Pollution (L’Inquinamento), i due quadri più famosi e quotati del maestro imperiese Tino Guarise – l’ultimo dei quali, prosegue l’articolo – è stato acquistato, a un prezzo top secret, ma eccezionalmente elevato (nell’ordine dei milioni di dollari…), da una tra le più note Fondazioni d’Oltreoceano.
Al Museum of Modern Art di New York! E al Museum of Contemporary Art di Los Angeles! E noi dove eravamo, che non ce ne siamo accorti? E Sanremonews si sbilancia ancora di più, nel suo articolo su “uno dei pochissimi punti di riferimento del CONCETTUALISMO SURREALISTA, da sempre pittore apprezzato e premiato in tutto il Mondo”:
ricordiamo tra i tanti nel 1978 il Leone d’Oro di San Marco [simbolo di Venezia, Ndr] che gli valse il titolo di Accademico di Brera [e l'Accademia di Brera è a Milano, Ndr], nel 1984 il primo posto all’esposizione internazionale di Boston, il primo premio nel 1986 alla rassegna internazionale Montmartre di Parigi, nel 1998 il primo premio all’esposizione triennale di Tokyo e nel 2000 il primo premio Peggy Guggenheim di New York [la Collezione Peggy Guggenheim è a Venezia, quello a New York è il Solomon R. Guggenheim Museum, e "La ricerca di - 'Peggy Guggenheim Prize' - non ha prodotto risultati in nessun documento" ci riferisce, ahinoi, Google, Ndr]
Imprecisioni, potrebbe ribattere qualcuno. Ma è Primocanale a lanciare la notizia bomba, in un servizio da Imperia intitolato Ecco il quadro da 77 milioni di dollari. Viene intervistato Tiziano Guarise, figlio dell’artista, e forse nelle sue parole e nelle immagini che le accompagnano possiamo trovare una traccia per risolvere il mistero: The Pollution, spiega,
è un quadro che in questi trent’anni ha girato in tutto il mondo e ha fatto incetta di premi e di riconoscimenti e ha portato papà a raggiungere – io stesso che sono il figlio sono il primo incredulo – obiettivi che lo pongono – ormai i dati sono conclamati – nell’Olimpo dell’arte contemporanea mondiale.
Imprecisioni, vaghezze. Ma la prova dei 77 milioni di $, della quotazione che “sta mandando in tilt l’intero mercato dell’arte mondiale”, affermazione non certo da prendere alla leggera? Due immagini che sembrano statiche (fotografie, forse fornite dal figlio e riprese dal cameraman? non vogliamo essere cattivi, è solo un’interpretazione di quello che si vede nel video, ripetiamolo) di un documento dall’aria ufficiale. Eccole:


Non si vede il logo della carta intestata, ma può essere un (forse legittimo) modo di proteggere la propria privacy, anche se qualcuno indica chiaramente, e con una penna, i 77 milioni di $. Non si vede il nome di chi ha firmato il documento, idem. Ma la carica del firmatario che leggiamo è “General Director of”, quando invece il consiglio di amministrazione della prima fondazione d’arte americana pescata col motore di ricerca è composta da President, Vice President, Treasurer, Secretary, Endowment Officer e “General Director of” suona un po’ come la traduzione (scolastica) di “Direttore Generale”. “Certificate No.077 in date”? In date? E la tecnica: “oil on cloth”. On cloth? Olio su tela è oil on canvas, semmai. Hmm…


Ma è il retro del quadro che “sta mandando in tilt l’intero mercato dell’arte mondiale”, la parte più divertente, pieno com’è di scritte (Venezia ’94, Toronto-Ca. 1984, Torino-Acc. Albertina 1986, Paris Monmartre) come adesivi sulle valigie dei giramondo degli anni Cinquanta. E che mostra (per un momento, nel servizio di Primocanale) quel “NEW YORK pr. Peggy Guggenh. 2000“, il pr.(emio?) intitolato alla collezionista americana scomparsa nel ’79 e che qualcuno potrà divertirsi a controllare.
Prima di metterci a scrivere abbiamo aspettato di leggere una smentita, abbiamo sperato che qualcuno ammettesse d’aver fatto una burla come nel caso dei Modigliani di Livorno (nata anche per verificare “fino a che punto la gente, i critici, i mass-media creano dei miti”) o una provocazione per smuovere le acque come certi ministri della Repubblica del passato (qualcosa tipo “ecco, vi occupate d’arte solo quando ci sono in ballo tanti soldi, vi ho smascherato!”), ma niente.
Il mistero resta tale. Continuiamo a sperare, e con noi spera di certo anche l’Olimpo dell’arte contemporanea mondiale. E magari il Sindaco di Imperia ci fa compagnia.
Tino Guarise, villa Faravelli, viale Matteotti 151, Imperia. Fino al 2 dicembre, apertura ore 16-19.



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